Il rifugio

Ecco alcune informazioni sul nostro rifugio:

  • Gruppo: Cimonega
  • Quota: 1718 m
  • Posti letto: 36 + 6 bivacco invernale
  • Gestore: Castellaz Daniele
  • Ispettore: Loat Edy

Per i dettagli, visita la pagina delle domande frequenti.

 

RIFUGIO BRUNO BOZ IN NEVA, CENNI DI STORIA

Già nei primi anni ’20 del Novecento alcuni soci della neo formata Sezione CAI di Feltre percorsero le praterie della conca di Neva alla ricerca di un sito panoramico alla base dei “Cadini” dove costruire un rifugio che avrebbe dato al sodalizio l’onore di competere con quelli più famosi delle altre sezioni venete e trentine. Lo trovarono, almeno idealmente, ma il loro sogno si realizzerà dopo circa cinquant’anni e attraverso eventi dolorosi.

La conca di Neva, come avveniva da secoli, era spartita tra le due malghe “venete” di Neva di Finestra e Nevetta, di proprietà della nobile famiglia feltrina dei Villabruna, poste alla sinistra del solco della Val Fonda e la malga “austriaca” sulla destra e più a nord, sul versante di Primiero.

A metà Ottocento il Seminario Vescovile di Feltre entrò in possesso delle malghe venete per lascito testamentario del Canonico Bartolomeo Villabruna, ma un susseguirsi di eventi, il più tragico fu la Grande Guerra 1915-1918, ne limitarono l’uso per l’alpeggio dei bovini portando così al degrado di pascoli e casere.

Negli anni ’30 del Novecento arriva il momento della riscossa a opera di don Pompeo Bertolini (*1881 +1949), allora direttore del Seminario Vescovile di Feltre, che seppe sognare ma anche realizzare il suo sogno consono al ruolo di sacerdote.

Egli riuscì a presentare a Roma i progetti di bonifica dei pascoli abbandonati della conca di Neva evidenziando la necessità di costruire ex novo casere e stalle per la ripresa della monticazione. Riuscì così a ottenere adeguati finanziamenti per la realizzazione degli edifici nel sito rialzato dove si trova oggi il Rifugio.

La guerra 1940-1945 e le intemperie ritardarono i lavori (la stalla crollò nell’inverno 1941 per il peso della neve) e malga Neva, con la nuova casera, riprese a funzionare dalla fine della guerra, ma oramai stavano arrivando i tempi dell’abbandono dei pascoli alpini.

Nel 1953 la malga viene venduta al Comune di Mezzano, che tuttora ne è il proprietario.

Ancora abbandono, ma anche luogo di incontro e di rifugio per chi saliva lassù, come Bruno Boz che il 13 ottobre 1966, alla giovane età di 36 anni, cadde in un pendio erboso lasciando nel lutto e nello sconforto moglie, figli e amici. Dal dolore dei famigliari e dall’affetto di compaesani e amici cacciatori e dal forte spirito di solidarietà del CAI di Feltre, scaturì l’impegno di adattare l’edificio della malga Neva dapprima a Bivacco, inaugurato il 26 luglio 1970 alla presenza di 600 persone e poi a Rifugio custodito per alcuni anni da Mario Meneguz (Scudelin) e dal 1982 da Daniele Castellaz e signora.

Per la realizzazione delle opere ci fu un concorso di energie e solidarietà finanziarie straordinarie. Il Comune di Mezzano mise a disposizione il materiale e si assunse l’onere finanziario per il restauro dell’edificio gravemente danneggiato dall’alluvione del novembre 1966 e altrettanto fece il Comitato promotore con la collaborazione della Sezione CAI di Feltre per la realizzazione del Bivacco vero e proprio.

Per il trasporto del materiale dalla Val Noana provvidenziale fu l’opera del Gruppo Alpini di Artiglieria Montagna di Agordo di stanza a Feltre, mentre dalla Valle di Canzoi si attivarono in tanti. Tutte le domeniche molte persone salivano dal fondovalle fino al Col d’Istiaga dove il materiale era stato trasportato con un trattore. Da lì ogni persona si caricava ciò che riteneva di potere trasportare salendo fino al Passo Finestra per poi scendere a malga Neva e ci furono due ragazzi che in una domenica riuscirono a compiere ben tre viaggi. E non dimentichiamo Mario Scudelin con la sua mula Gina, che si impegnò molto per trasportare le cose più pesanti.

Nell’agosto 2010, in occasione del 40° del rifugio è stato festeggiato il restauro dello stallone e nel 2011, con una commovente cerimonia è stato dedicato il bivacco invernale a Matteo Fiori, alpinista appassionato del Sass de Mura, da poco scomparso.

(dal libro “Andar per monti la grande passione”, ed. CAI Feltre 2012, pp 120-123)

Chiudi in macchina lo stress e cammina

by Teddy Soppelsa, agosto 2017  – altitudini.it

Daniele e Ginetta gestori del rifugio Bruno Boz (ph Federico Ravassard/Skialper)
Daniele e Ginetta gestori del rifugio Bruno Boz (ph Federico Ravassard/Skialper)

La prima ad accorgersi del nostro arrivo è Nèva, il border collie di Daniele e Ginetta.

La stagione è appena iniziata e non ci sono molti escursionisti in giro, anche se le prenotazioni non mancano.

«Da quando l’Unesco ha riconosciuto le Dolomiti Patrimonio dell’Umanità, abbiamo visto crescere il passaggio di stranieri un po’ da tutto il mondo: israeliani non mancano mai, ma spesso sono coreani, neozelandesi, canadesi, americani e anche brasiliani. Arrivano dopo giorni di cammino lungo l’Alta Via n.2 o l’Alta Via Europa 2 che parte da Innsbruck» mi dice Daniele. «Invece sono calati gli italiani e i tedeschi che avevano hanno fatto la fortuna delle alte vie» Considero questo aspetto cosmopolita del rifugio come un fatto interessante, ma anche una stranezza della globalizzazione: luoghi rimasti per secoli al margine diventano improvvisamente centro, ma rimangono sempre terra di confine per le lingue che si parlano.»

Ginetta ritorna in cucina a preparare l’impasto per le torte.

«Con il cambiamento climatico è cambiata anche la vita qui al rifugio» mi dice. «Le stagioni si sono allungate e siamo spesso aperti anche fuori stagione. Inoltre è abbastanza frequente vedere persone che arrivano qui per la cena e rientrano a valle di notte con la frontale» Dal 1982 lei e suo marito gestiscono il Boz, nato nel 1970 come bivacco da un adattamento della precedente casera Neva. L’edificio è di proprietà del Comune di Mezzano dato in comodato d’uso al CAI Feltre.

«E’ stata la passione per la montagna e l’entusiasmo giovanile che ci ha fatto scegliere questa vita e a me» dice Daniele «ad abbandonare il posto fisso da impiegato. Il nostro faro in questi anni è stato Mario Scudelin, il primo gestore di questo rifugio, montanaro autentico della Val Canzoi»

Il rifugio negli anni è riuscito a conservare l’autenticità di un vero rifugio alpino, semplice e accogliente. «Chi è cambiato, sono le persone che arrivano qui. Un tempo il rifugio era un punto di partenza verso altri luoghi, per escursioni o arrampicate, ora è un punto di arrivo, soprattutto per mangiare. Così dai semplici piatti dei primi anni, siamo passati ad una cucina più ricca, che richiede però maggior impegno»

L’autenticità di un rifugio si mantiene anche rinunciando a qualcosa di non strettamente necessario, sottraendo più che aggiungendo, magari con il soccorso di leggi che tutelano il valore ambientale dei luoghi. Il rifugio si raggiunge solo a piedi, così le auto rimangono ben lontane, nessuno può ottenere speciali permessi di transito e anche il motto di Daniele “Chiudi in macchina lo stress e cammina” ha più sapore.